Immaginate di dover
rimettere in carreggiata un’automobile uscita di strada e quasi a secco di benzina. Non credo che
vendereste le ruote per qualche litro di carburante.
Eppure è ciò che
stà succedendo in Grecia con i piani di privatizzazione che dovrebbero complementare le "soluzioni" finanziarie in cantiere. Molti obiettano che il problema sta nel motore: va in retromarcia, o al meglio gira in folle consumando lo scarso carburante residuo.
Ma quest cosa cambia?
Cambiando metafora,
se paragonassimo la Grecia ad un’azienda sull'orlo del fallimento cosa fareste per assicurarne la continuità operativa?
Vendereste i core asset che sono gli unici che possono generare un cash flow di sopravvivenza, anche se di breve periodo?
Forse no, se si ritenesse perseguibile un percorso di amministrazione controllata finalizzato ad evitare il default.
Porti, aeroporti e utilities sono le ruote che possono contribuire a far uscire la Grecia dalla palude in cui si è cacciata.
Vendere questi asset significherebbe rinunciare a migliori opportunità di valorizzazione in tempi meno difficili e costituire monopoli privati che darebbero, nel migliore dei casi, uno scarso contributo alla crescita. La Grecia deve pagare il conto, ma il prezzo rischia di essere sproporzionato. Si pensa forse anche di delocalizzare in Grecia un’Equitalia Franco-Tedesca per mettere le ganasce alle ruote che non ci saranno più?
Andrebbe inoltre considerato
l’impatto distorsivo che gli introiti di tale privatizzazione avrebbe in termini di discriminazione dei creditori. Alcuni verrebbero rimborsati, ma la parte rimanente - la maggioranza - verrebbe ulteriormente downgradata per il venir meno degli unici asset a sostegno delle garanzie pubbliche. Il rifinanziamento del debito diventerebbe difficilissimo, quasi impossibile.
Allora
perché questo accanimento ?
Autorevoli testate internazionali parlano dei Greci come di un popolo per metà dipendenti pubblici e per metà evasori. Ma le Banche di quei paesi (dove le autorevoli testate hanno sede) non sono state per metà pubblicizzate (salvate dallo Stato) e per l’altra metà salvate dal
quantitative easing e dai bassi tassi di interesse che consentono arbitraggi miliardari su titoli
distressed, in maniera da potersi ricapitalizzare? Gli st
ress test sulle banche hanno fatto emergere il problema del rischio di concentrazione sul debito sovrano, considerato come asset a minor ponderazione relativa.
E stiamo parlando delle banche soprattutto tedesche e francesi, non di quelle greche. Non stiamo cercando scuse per le malversazioni da bancarotta fraudolenta dei passati governi greci ma
tutti hanno commesso errori. Una logica buoni/cattivi o noi/loro non è un metro di giudizio accettabile per delineare soluzioni operative efficaci, non solo perché basato su criteri razzisti e non oggettivi, ma anche perché in un contesto dove, nel bene e nel male, siamo legati da una moneta unica la questione non è più quella di un litigio fra vicini ma un problema di famiglia. A esserne danneggiato rischia di essere il patrimonio comune, non quello altrui.
Dunque se è vero che
il debito greco in pancia alle principali istituzioni finanziarie europee coinvolte rappresenta solo il
4 o il 5% della loro patrimonializzazione, da dove vengono le paure di una ristrutturazione al ribasso che potrebbe incidere per meno della metà? Vogliamo finalmente dire che forse
una parte del problema sta anche negli speculatori al ribasso che continuano a guadagnare montagne di soldi e nell’enorme stock di derivati che si è costruito consapevolmente su un debito cosi deteriorato? E che probabilmente il rischio di un
effetto contagio risiede in gran parte lì?
Atteggiamenti di tipo moralistico non fanno che esasperare un clima già deteriorato: servirebbero invece regole certe, buone Istituzioni e buone regole di mercato (vedi l’articolo “
Cronaca di una crisi annunciata”, pubblicato in tempi non sospetti).
La politica europea dovrebbe
definire ex ante norme e meccanismi per un’ “amministrazione controllata” degli stati membri che non rispettino la disciplina dei conti pubblici e delle riforme per lo sviluppo, evitando sia conseguenze da guerra civile nelle piazze delle capitali europee sia rischi di default a livello continentale.
In questo contesto bisogna dire che
l’Italia, alla faccia delle Agenzie di Rating (il cui ruolo doveva essere ridefinito dopo il crac del 2008 e che invece sono sempre più potenti e sempre più palesemente in conflitto d’interessi),
ed il suo sistema bancario sano hanno mantenuto posizioni, esposizioni e comportamenti encomiabili.
Perché ad esempio non si riprende in considerazione la proposta di Tremonti di
lanciare un programma di Eurobond, magari garantiti dagli asset e dai flussi di cassa che si vorrebbero privatizzare, per accompagnare un phasing più flessibile tra crescita economica e turnaround finanziario e temporalmente meno vincolante?
Ma forse il tempo per rimediare agli errori del razzismo finanziario e dell’ integralismo fiscale è ormai scaduto.
Paolo Marizza