
Pubblichiamo un intervento di
Federico Foglia,
Direttore di Banca del Ceresio, che riprende la tematica della solidità patrimoniale delle Banche discussa nell'ambito del nostro convegno IFFI del 16 Giugno u.s., tematica particolarmente attuale nel contesto di mercato e politico-istituzionale che sta caratterizzando il 2011.
Qual è l’effetto di Basilea 3 sul funzionamento e sulla solidità delle banche mondiali, così pesantemente messa in dubbio dai mercati nelle ultime settimane?
Basilea 2 e Basilea 3 dal punto di vista dell’impatto sulla funzionalità sono identici: fissano dei requisiti minimi per tutti che, per semplificare in estremo, determinano quanto patrimonio deve avere una banca rispetto alla rischiosità degli asset che ha in bilancio. Questo può determinare comunque differenze nella composizione del bilancio di ciascuna banca, che può autonomamente scegliere quale compromesso di leva e rischio è più adatto per i suoi scopi. Per esempio a fine 2010 le banche europee utilizzavano una leva finanziaria molto più elevata rispetto alle banche americane, ma le banche americane avevano in compenso degli asset in media molto più rischiosi.
Prima della crisi più o meno tutte le principali banche mondiali rispettavano alla lettera i vincoli di Basilea 2. Tutte sfruttavano al massimo questi limiti, cercando di massimizzare il proprio ROE. Ma nel rispetto di ciò che secondo Basilea 2 era una corretta capitalizzazione, si sono verificati default clamorosi.
L’adeguamento agli obblighi di Basilea 3 dovrebbe iniziare dal 2013, ma già oggi, prese nel complesso, le principali banche americane ed europee adempiono alle patrimonializzazioni richieste dalla nuova normativa. Ma quanto richiesto è sufficiente a garantire le banche dal rischio di default?
Cercare di comprenderlo leggendo i bilanci degli istituti, semplicemente, non è possibile: probabilmente neppure i membri dei board delle banche sono in grado di capirlo, perché generalmente la composizione dell’attivo di una banca è qualcosa di dannatamente complesso. Un modo per comprendere se i nuovi requisiti di capitalizzazione sono adeguati o meno è una simulazione che trasformi gli attivi dei bilanci delle banche in due sole classi di cui tutti abbiamo un minimo di comprensione: azioni ed obbligazioni di classe AAA.
Prima della crisi (fine 2007) il bilancio delle 5 principali banche europee e delle prime 5 americane aveva una struttura equivalente a questo portafoglio: dato un patrimonio di 100, la banca aveva asset per 2.140, quindi una leva superiore a 21.
La rischiosità di questo bilancio equivaleva a quella di di un portafoglio con azioni pari a 357 e obbligazioni AAA pari a 1.782. Una banca, con questo tipo di una struttura, fallisce se le azioni perdono il 20% e i bond perdono anche solo il 2%. La probabilità che le azioni perdano il 20% è elevatissima e molto frequente nella storia; idem per i bond. Dunque il bilancio delle banche pre-crisi era totalmente insostenibile.
La cattiva notizia è che Basilea 3 non risolve il problema. Cioè, in base ai nuovi criteri le banche avrebbero in media, per un patrimonio di 100, una leva di 16 e un portafoglio fatto da azioni per 272 e di AAA bond per 1.328. Questo vuol dire che una perdita del mercato azionario del 25% e degli AAA bond del 3%, ancora una volta, provocherebbe la sparizione del patrimonio della banca. Dunque è stata alzata la soglia di un possibile default ma non è stato risolto il problema di fondo, ossia di una regolamentazione che ancora permette alle banche di assumere rischi eccessivi rispetto a quelli che potrebbero sopportare.
Visto che i requisiti sono ancora troppo bassi, si pone il problema di
capire quali sarebbero i requisiti da rispettare per porre gli istituti al riparo da eventuali crisi. Abbiamo seguito
tre vie per cercare di capirlo.
Il primo metodo guarda alla volatilità degli asset sottostanti.
Abbiamo espresso i bilanci delle banche tramite due sole asset class: se ne analizziamo la volatilità storica arriviamo alla conclusione che statisticamente ogni 13 anni le banche avrebbero il 90% di probabilità di ritrovarsi insolventi pur rispettando i nuovi vincoli di Basilea 3. Quindi, ipotizzando che
i requisiti minimi di capitalizzazione di una banca debbano essere almeno un multiplo della volatilità annua dei propri asset, che livello di capitale la renderebbe abbastanza sicura ? La risposta : almeno il doppio di quello richiesto da Basilea 3.
Il secondo criterio seguito guarda alla remunerazione del personale delle banche.
La stampa di tutto il mondo si è scatenata (sull’onda della crisi) sul fatto che i dipendenti delle banche percepivano stipendi eccessivi. Ma questo non è altro che una conseguenza dell’elevata leva finanziaria e quindi del fatto che alle banche, ovviamente in tempi buoni, era permesso di guadagnare troppo. Le banche pre-crisi riportavano dei ROE del 20%, elevati rispetto a un “normale” imprenditore ma non totalmente fuori scala. Tuttavia se ricalcoliamo i ROE, ipotizzando un livello di remunerazione dei dipendenti delle principali banche mondiali pari al livello medio del settore finanziario, otterremmo un ROE medio superiore al 35%. Un chiaro indice che qualcosa non funzionava, perché se tanti istituti potevano avere ROE tanto elevati evidentemente la regolamentazione delle banche permetteva un Equity troppo basso. Come hanno fatto le banche a non far “notare” (ai regolatori, alle istituzioni, ai cittadini) il loro esagerato livello di redditività e di riflesso la loro scarsa capitalizzazione? Semplicemente gonfiandosi abnormemente i salari tanto da abbassare il ROE intorno al 20%. Se si raddoppiassero i requisiti di capitalizzazione del sistema bancario, con salari in linea con la media del settore, si otterrebbe un ROE naturalmente pari al 20%.
Il terzo metodo seguito è quello di confrontare i bilanci bancari con quelli di altri operatori finanziari più indipendenti, come gli hedge funds.

Analizzando storicamente la struttura patrimoniale che ha permesso a questi ultimi di sopravvivere ad un certo numero di crisi, siamo arrivati ancora una volta alla conclusione che
per un sistema bancario sostenibile probabilmente è necessario un requisito patrimoniale minimo pari al doppio di quello che oggi prevede Basilea 3.
Per concludere, una buona notizia.
Nessuno sta pensando a una Basilea 4 che raddoppi i criteri di patrimonializzazione previsti da Basilea 3, perché probabilmente esistono delle soluzioni per evitare il rischio default più semplici e decisamente meno dolorose per le banche e per il mercato del credito.
Abbiamo analizzato un certo numero di banche mondiali e abbiamo notato che per tutte l’attività di investment banking copre più del 50% dell’attività complessiva.
Già dopo la crisi del ’29 gli Stati Uniti avevano promulgato una legge per vietare che le banche che svolgevano attività retail e commerciale potessero svolgere anche l’attività di investment bank. Analogamente
se si vietasse oggi alle principali banche del mondo di fare l’attività di investment, automaticamente si diminuirebbe di metà le dimensioni del loro bilancio, quindi raddoppierebbero immediatamente la propria capitalizzazione, giungendo il doppio di quanto richiesto da Basilea 3.
Ci vuole solo la volontà politica di farlo, e in un periodo di istituzioni deboli, non è affatto una cosa da poco. In subordine si deve
decidere su quali agenti far confluire l’attività di investment e di negoziazione. Bisogna riformare i mercati o il mercato dove tutta l’attività di investment verrebbe trasferita, lasciando fuori quelli che oggi sono i principali operatori. Cioè le banche. Un’utopia? Meglio non considerarla tale, altrimenti la prossima crisi mondiale non è altro che una questione di tempo…
Federico Foglia,
Direttore di Banca del Ceresio,