Di Paolo Marizza e Emanuele Facile.

Ignorare o sottovalutare le differenze nelle caratteristiche strutturali delle economie territoriali può condurre a politiche industriali che, basandosi su assunti non appropriati, falliscono nell’ottimizzare percorsi di sviluppo ed il benessere collettivo con il risultato di aumentare le disuguaglianze.

Disegnare politiche industriali efficaci è un esercizio complesso particolarmente in contesti, come quello italiano, in cui le differenze territoriali sono importanti in presenza di un tessuto economico frammentato.

Recentemente abbiamo sostenuto (www.megliopossibile.it) che forse è maturo il tempo di introdurre delle “politiche industriali soft”, ovvero "dal basso”, basate su approcci cooperativi in cui governi locali, industria, finanza ed organizzazioni private e pubbliche ai vari livelli possono collaborare per intervenire direttamente sulle criticità di natura industriale e finanziaria che mantengono una bassa produttività nei settori maturi o una bassa crescita in quelli innovativi.

In questo modo si potrebbero costruire programmi e finanziamenti per gli agglomerati produttivi territoriali, migliorando l’allocazione delle risorse pubbliche, aumentando l'offerta di lavoratori qualificati, incoraggiando l'adozione di tecnologie e migliorando regolamentazione e infrastrutture.

Far funzionare le “politiche industriali soft” è un compito più difficile rispetto agli approcci tradizionali.
Il loro successo dipende dalla qualità del software sociale che può fare la differenza nel rinnovare le capacità locali di rispondere ai cambiamenti e quindi la capacità innovativa e la flessibilità strategica dei sistemi territoriali.

In questo contesto l’impianto delle Reti d’Impresa rappresenta uno strumento essenziale per attivare processi di rilancio e di sviluppo.


- Ma su quali basi si possono riorientare le politiche industriali regionali e territoriali ?
- Quali sono i soggetti che possono essere i catalizzatori protagonisti di questo cambiamento di prospettiva ?
- Quali sono i fabbisogni finanziari dei settori produttivi locali e delle reti che si stanno costituendo ?
- Come devono evolvere i sistemi di valutazione delle Banche per cogliere le specificità delle reti d’impresa ?



Riconoscere i cicli di vita di imprese, filiere e territori

Anche le economie territoriali hanno un loro ciclo di vita. Le politiche di sviluppo regionale dovrebbero riconoscere, come si fa per le singole imprese, lo stadio del ciclo di vita prevalente delle filiere produttive e dei settori industriali territoriali onde coglierne le caratteristiche ed i bisogni specifici.

Infatti è tenendo conto di queste caratteristiche che si possono meglio tarare pacchetti di stimolo e rilancio.

I cicli di vita delle economie territoriali si sviluppano secondo modalità circolari: da una prima fase imprenditiva ad una seconda fase di consolidamento e specializzazione, per poi passare ad una terza fase imprenditiva e quindi di maturità.

Queste quattro fasi si differenziano in particolare per le modalità di diffusione dell’esperienza e di generazione e condivisione della conoscenza.

La prima fase è tipicamente caratterizzata dalla presenza di diversi agglomerati produttivi territoriali la cui varietà e dinamica genera esternalità e ricadute positive in termini di diffusione dell’innovazione tra i diversi settori (inter industry spillover). In sostanza l’innovazione di prodotto e di processo si diffonde attraverso l’ibridazione di idee e progettualità che danno luogo a start up e spin off.

La fase successiva vede emergere alcune imprese dominanti in cui la ricerca e l’innovazione diventano più focalizzate dando luogo ad agglomerati e filiere verticali specializzate. Le imprese più grandi internalizzano le attività innovative per appropriarsi del valore incorporato.

In questo stadio si possono creare le condizioni per una nuova fase imprenditiva caratterizzata dal formarsi di produttori specializzati in mercati di nicchia tipicamente lungo le catene di fornitura e subfornitura. Sono le start up che nascono all’interno agglomerati produttivi e di filiere specifiche per fornire prodotti e servizi sofisticati e personalizzati. Gli intra industry spill over prevalgono, ossia la ricaduta sulle imprese locali di tecnologie e know how possono sviluppare trasferimenti di tecnologia e legami di interdipendenza produttiva.

La quarta fase è un momento di consolidamento e routinizzazione per sfruttare appieno l’esperienza e le economie di scala e di processo accumulate. È una fase in cui l’innovazione è di tipo incrementale ed è orientata all’aumento della produttività. Usualmente non è in grado di gettare le fondamenta per nuove piattaforme di business sostenibili e competitive. L’esperienza ed il know how accumulato devono essere integrati e rivitalizzati con l’innesto di nuove tecnologie (di prodotto/processo/organizzative) per iniziare un nuovo ciclo di vita.

L’opinione di chi scrive, supportata da un’estesa letteratura al riguardo, è che la maggior parte delle nostre PMI e quindi dei relativi territori si collocano tra il terzo e quarto stadio del ciclo di vita sopra schematizzato.

Molte imprese ed agglomerati industriali sono posizionati nello stadio di maturità e necessitano di accesso a nuove tecnologie per fertilizzare il know how esistente (per esempio nel tessile le nuove tecnologie per produrre tessuti per l’industria aerospaziale).
Un altro raggruppamento, tipicamente posizionato nella terza fase imprenditiva, deve ricercare dimensioni di soglia minima per competere nei mercati internazionali attraverso processi di aggregazione orizzontale e con la messa in rete del know how e degli asset intangibili su cui aveva fondato il proprio successo (per esempio nei settori dell’automazione industriale, nell’automazione degli edifici, nella meccanica di precisione, nel legno e mobilio) e la cui condivisione può far superare l’eccessiva frammentazione e le minacce di marginalizzazione nell’economia globale.

Altre imprese, minoritarie, stanno affrontando le sfide della prima fase di sviluppo : sono le start up che esplorano nuove tecnologie e nuovi mercati con formule imprenditoriali innovative.

Su scala locale sono presenti numerose strozzature che possono impedire lo sviluppo o la rivitalizzazione di circoli virtuosi di crescita.

Lo sviluppo di nuove aree di vantaggio comparato o semplicemente la rivitalizzazione degli agglomerati esistenti può essere perseguito incentivando integrazioni orizzontali, la condivisione di asset lungo la catena logistica, produttiva e commerciale ed il superamento di modalità di coordinamento interaziendale che ne limitano la presenza sui mercati internazionali.

In questo contesto politiche industriali che non tengano in debito conto le specifiche caratteristiche di agglomerati territoriali e filiere nei rispettivi cicli di vita e che influenzano la recettività e condizionano l’efficacia degli interventi (politiche ed incentivazioni per promuovere l’innovazione, la concorrenza, l’aggregazione, l’attrazione di investimenti, l’internazionalizzazione, ecc.) risultano essere armi spuntate, in quanto non efficaci a sviluppare i settori e le filiere dove c’è un vantaggio comparato e le relative ricadute in termini di esternalità positive per il territorio.


La centralità delle PMI e della finanza d’impresa

All’avvento della crisi le nostre imprese stavano compiendo il massimo sforzo per rilanciare i loro percorsi di crescita. Nei primi anni di questo decennio l’imprenditorialità italiana ha investito di più in ricerca e sviluppo ed in molti casi ha saputo valorizzare le proprie specializzazioni riqualificando la sua offerta verso i mercati ad alta crescita.
Vari agglomerati industriali sono riusciti a trasformarsi, inserendosi nelle catene globali di fornitura valorizzando le concentrazioni di capitale umano nel territorio.

Nel 2007 c’erano quindi aziende di successo accanto ad altre che si stavano rilanciando ed altre che sopravvivevano.

La crisi ha inferto un duro colpo a questi processi, cogliendo molte imprese, in particolare le piccole, in mezzo al guado con problemi di dimensione, di bassa innovazione e di bassa patrimonializzazione.

Malgrado ciò esse sono e rimangono centrali per generare nuovi cicli di sviluppo sostenibile: rappresentano infatti il corpo dell’economia italiana, una stragrande maggioranza che risulta “minoranza” in quanto sottorappresentata nella sedi che contano.

A breve le PMI dovranno affrontare il redde rationem della loro sostenibilità finanziaria, ricercando nuovi e più avanzati equilibri della loro struttura patrimoniale. Molte di esse sono attanagliate da un eccessivo peso del debito che si riflette in scarsa patrimonializzazione. Non è solo un problema di struttura finanziaria. La solidità patrimoniale non è un valore in sè, ma è strumentale per muoversi e “saltare” da uno stadio di sviluppo all’altro. È anche un problema culturale e di responsabilità sociale. Rafforzare il capitale delle imprese ad esempio non è solo funzionale al rilancio di specifici investimenti : è essenziale per garantire la sostenibilità di piani di medio periodo e per la stabilità del sistema finanziario.

Una nuova cultura e struttura della finanza d'impresa sono anch’esse centrali per impostare nuove politiche industriali.

Un’eccessivo peso dell’intermediazione bancaria via debito non è del resto compatibile con i requisiti imposti da Basilea 3, ne si può chiedere alle Banche di esercitare funzioni di supplenza nell’allocazione a livello sistema di risorse
per lo sviluppo che competono ad altri soggetti e tantomeno di generare da sole strumenti appetibili per equity investor.


Implicazioni

L’esigenza di politiche industriali differenziate su base regionale/territoriale suggerisce che gli interventi di policy siano disegnati in base alle specificità ed al posizionamento degli agglomerati industriali lungo il ciclo di vita. Ciò implicherebbe che queste politiche vengano disegnate con e da chi opera e conosce approfonditamente i sistemi locali piuttosto che da entità sovra regionali.

La rinnovata centralità delle PMI ha bisogno di nuove visioni e di politiche di sviluppo industriale e territoriale che si servano di meccanismi organizzativi dotati di flessibilità ed elevata capacità progettuale, in grado di svolgere un ruolo di interfaccia tra sistemi ed imprese locali da un lato e centri di competenza ed ambienti esterni, sia pubblici che privati, dall’altro. È questo un aspetto rilevante che richiede di far evolvere il modo di interagire tra operatori, le politiche e gli strumenti di intervento nel territorio.

Nel momento in cui si apre una stagione di nuova consapevolezza dei fabbisogni finanziari delle imprese, con stanziamenti e disponibilità di risorse pubbliche e private destinate a rafforzare il capitale di rischio, si rende più evidente la necessità di sviluppare nuove modalità di analisi, valutazione e selezione degli investimenti e di costruire nuovi meccanismi di allocazione delle risorse.
In particolare risulta essenziale lo sviluppo di nuovi approcci collaborativi tra PMI, sistema degli intermediari finanziari nella sfera privata e pubblica, agenzie per lo sviluppo del territorio, corpi associativi, ecc. per ridurre le asimmetrie informative e le opacità che caratterizzano la finanza delle aziende, i criteri di valutazione ed i comportamenti delle Banche e degli altri attori coinvolti.


Le reti di impresa come strumento di aggregazione e crescita dimensionale delle imprese

Il quadro dell’impianto delle Reti d’impresa sembra poter veicolare lo sviluppo di tali approcci collaborativi offrendo un’alternativa ed un complemento concreto alle aggregazioni in forma societaria ed alla perdita del controllo.

Molte iniziative sono già operative in tutto il territorio nazionale ed altre stanno partendo e le aspettative del mondo confindustriale sono molto ambiziose. La rete come modello di crescita alternativo all’acquisizione o alla fusione avrà successo nella misura in cui sarà funzionale:

   A) a gestire in modo innovativo la governance delle imprese aggregate in rete;
   B) ad agevolare la finanziabilità dei programmi di investimento e ricerca della rete.

Per quanto riguarda la governance, il sistema rete ben si presta a modellare la condivisione di certe attività rispetto all’autonomia nella gestione di alcune aree di business. Essenziale è la trasparenza tra i soggetti associati in rete sugli aspetti finanziari e sulla redditività delle attività della rete.

Per quanto riguarda la tematica emergente della finanza per le reti, essa va considerata come uno dei fattori abilitanti da mettere in relazione allo specifico progetto industriale di rete. Va cioè messa in relazione agli obiettivi ed ai percorsi di aggregazione (dalla condivisione di fasi della supply chain a monte o a valle, alla condivisione di fasi di processo produttivo, alla ricerca e sviluppo, allo sviluppo di piattaforme distributive comuni sui mercati internazionali) che generano fabbisogni e soluzioni finanziarie diversi per entità e strumenti.

La citata trasparenza nei rapporti economici e finanziari tra i soggetti associati in rete è fondamentale anche per la finanziabilità del progetto.
D’altro canto la sfida per le banche e per gli investitori in generale consiste nel far evolvere i sistemi di valutazione del rischio lungo due dmensioni: la dimensione qualitativa e prospettica (forward looking) del progetto e la “dimensione network”, ovvero di un soggetto atipico che richiede di considerare la “molecola” nel suo complesso al di là delle cellule componenti (il rating delle reti e la visibilità nei flussi intrarete). A quest’ultimo riguardo risulterebbero funzionali anche progetti (di rete) di dematerializzazione (fatturazione elettronica, digitalizzazione, ecc.) dei flussi logistico commerciali delle reti con ricadute positive non solo sui costi, ma anche sull’efficienza finanziaria endogena delle stesse (riduzione CCN, finanziabilità del portafoglio ordini, riduzione costo del funding, ecc.).

Crediamo che la crescita del numero di progetti di Reti rappresenti una nuova opportunità per far evolvere i modelli quantitativi di rating al fine di valorizzare gli aspetti qualitativi e prospettici guardando oltre i bilanci