Franco Gonella, già fra i fondatori di Vitaminic (una delle prime start up high tech ad essere quotata alla Borsa Italiana nel 1999) è oggi partner di DPixel, advisor di Digital Investments SCA Sicar, uno dei pochissimi  fondi di seed capital (finanziamento di start up) che opera in Italia nel settore del web e delle tecnologie dell’informazione.

Si dice spesso che l’Italia è un paese di imprenditori ma che ha due difetti: il primo sarebbe quello di essere “forte” solo in settori tradizionali oggi scarsamente innovativi, cioè ci mancherebbero le persone con le idee giuste nei settori di punta che oggi sviluppano più valore aggiunto. Il secondo sarebbe quello di avere talenti e capacità imprenditoriali a bizzeffe, ma che questi (e queste) sarebbero “azzoppati” da una politica e una struttura burocratica che “remano contro”: una sorta di enorme zavorra pubblica che impedisce all’Italia privata di esplicitare tutto il suo potenziale imprenditoriale ed economico.

Vorrei sfatare entrambi questi miti.

Prima di tutto, è vero che i soldi in Italia vanno solo sui settori tradizionali, dalla moda alla meccanica (e meno male che ci sono, se no mi chiedo dove sarebbe la nostra economia). Ma non è affatto vero che mancano le persone con idee innovative in altri settori. Come DPixel esaminiamo almeno 400 progetti di impresa all’anno, e solo nel settore ITC e web: altri settori fortemente innovativi (per esempio le biotech) non li prendiamo in considerazione perché sono fuori dal nostro perimetro di intervento, ma sappiamo che anche lì non mancano certo idee e voglia di fare. Purtroppo siamo in grado di finanziare più o meno una centesima parte dei progetti esaminati, ma quelli validi, che varrebbe la pena di sostenere, di veder nascere e aiutare a crescere sono molti, molti di più. Per questo stiamo cercando nuovi finanziatori e di allargare il nostro business. Ma siamo anche consci di essere praticamente fra i pochi che si assumono questo compito, perché in Italia il settore del Venture Capital per l’innovazione di fatto non esiste. Non è assolutamente così non solo negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove c’è un mercato strutturato mirato al sostegno imprenditoriale e finanziario di queste iniziative che funziona a pieno regime già da una ventina d’anni. Ma anche in altre realtà come Francia, Germania, Olanda, Israele dove il sostegno all’innovazione è misurabile in punti percentuali del Pil e dove l’appoggio alle nuove realtà imprenditoriali sta cominciando a tradursi sia in crescita economica che in vantaggio competitivo del sistema paese. Personalmente sono sempre molto restio nel consigliare a un giovane talento imprenditoriale italiano di fare la valigia e andare all’estero, ma obbiettivamente spesso è l’unico consiglio sensato che si può dare a persone di cui non posso che riconoscere il valore ma per cui posso fare ben poco. In Italia manca infatti completamente un ecosistema dell’innovazione, non c’è un tessuto connettivo.

E qui veniamo al secondo mito da sfatare.

La colpa è solo di chi ci governa che non stimola gli investimenti? Secondo me no, la colpa è anche del settore privato, che non crede nell’innovazione, non investe più, preferisce mettere i quattrini in Btp che rischiarli nel finanziare nuove idee e attività imprenditoriali, o al limite trovare un bell’operatore di Private Equity che gli rilevi l’azienda già funzionante, magari perché i figli non ne vogliono sapere.  Non credo che sia riproducibile il modello della Silicon Valley, dove sistematicamente gli ex imprenditori, una volta lasciata la loro creatura, diventano business angel  finanziando le idee degli altri. Ma se l’Italia vuole avere una chance di agganciare la ripresa deve cambiare il suo modo di pensare, deve tornare a vedere nei settori e nelle idee innovativi lo strumento per il suo sviluppo.

Quello che vedo, giorno per giorno, è che invece questo paese sta scontando, e sempre di più sconterà, la sua miopia: il problema non può essere ridotto solo a costo del lavoro rispetto alla Germania. Anche perché la Germania ha un costo del lavoro più elevato, ma il paese cresce lo stesso perché quel costo incorpora un’innovazione che noi non abbiamo. Non si investe più sul futuro, non si fa nulla per il medio lungo termine, manca una progettualità che vada oltre un orizzonte di quindici giorni, un mese. Si è perso lo spirito di avventura che ha portato alla nascita delle grandi imprese, ma anche le piccole hanno pochissima voglia di rischiare. Una situazione drammatica per chi fa Venture Capital, come me, che ragiona su investimenti a 5/10 anni. Si può dunque capire il senso di straniamento che provo in un contesto simile, ulteriormente acuito dal fatto che l’Italia è una nazione ricca, dove esistono masse liquide enormi in mano a famiglie che però si guardano bene dal programmare il futuro e fare investimenti. Certamente un problema è la perdita di spinta propulsiva da parte dei padri: le leve del potere sono oggi ancora saldamente in mano a gente di 50, 60, 70 anni. Le idee e la voglia di fare che l’ha gente di 20 o 30 anni. Prima che emigrino tutti, condannando l’Italia a un’inevitabile marginalità, sarebbe bene cominciare ad ascoltarli di più.