Nel corso del convegno di presentazione della ricerca della School of Management del politecnico di Milano (Mip) Oltre la fattura, già segnalato nelle news qui a fianco, è emerso che non solo la dematerializzazione del ciclo ordine fattura e dei cicli logistico commerciali libera da carta, archivi, back office commerciali ed amministrativi ridondanti, eccetera, ma soprattutto è un fattore abilitante per l’accesso a nuova finanza, e questa è la sua caratteristica più importante secondo le 300 imprese coinvolte nella ricerca. Infatti, alle imprese i servizi che piacciono di più sono quelli di financial value chain che abilitano nuovi modelli di accesso al credito, anche attraverso l'efficentamento dell'erogazione dei servizi transazionali.

La ricerca sostiene che i benefici immediati che deriverebbero al sistema delle imprese italiane dalla dematerializzazione sono stimabili in oltre 70 miliardi di euro: più o meno come sei finanziarie 2011. Una cifra un po’ troppo rilevante per passare l’argomento in secondo piano. Proprio per questo nel corso della tavola rotonda è emersa una questione chiave: se i benefici della dematerializzazione sono cosi consistenti, perché in Italia siamo così indietro nella sua adozione? Una volta tanto i ritardi non sono imputabili a incertezze del quadro normativo, né all’ “immaturità” delle tecnologie o all'ammontare degli investimenti necessari. Secondo tutti i relatori nessuno di questi elementi costituisce un ostacolo serio.

Un vincolo certamente deriva dalla frammentazione del tessuto economico e dalla presenza di piccole o micro imprese negli ecosistemi di fornitura. Ma sono state presentate esperienze in fase di realizzazione o già operative che hanno saputo superare, dove è emersa la volontà di intraprendere questa strada, tutte le difficoltà.
Un problema più serio, anche se paradossale, deriva dal fatto che sistemi e processi virtualizzati creerebbero maggiore trasparenza nei rapporti di fornitura. Non è detto che questo sia un obbiettivo realmente condiviso da tutti gli attori all’interno delle filiere produttive. Spesso sono i player più grandi che fanno resistenza: a un produttore di grandi dimensioni che non siano trasparenti le relazioni che ha con i suoi subfornitori fino a oggi può aver fatto comodo. Tuttavia l'entità della posta in gioco dovrebbe rappresentare un incentivo intrinseco alla diffusione di processi dematerializzati.

Parlando di Financial value chain i benefici non sono solo quelli indicati nella ricerca, focalizzata sulla riduzione di costi e tempi di processo (cioè, non solo i già pur molto consistenti 70 miliardi): benefici forse ancora maggiori deriverebbero dalla possibilità di migliorare l'accesso e l'allocazione del credito, dal miglioramento dell’efficienza finanziaria interna a reti e filiere per le imprese. In altre parole l’impresa che dematerializza i cicli è in grado di dare un quadro puntuale e prospettico dei suoi flussi finanziari alla banca e la banca, potendo contare su uno strumento simile di “lettura” dell’andamento della liquidità aziendale può determinare un merito di credito “più credibile” dell’impresa e in prospettiva erogare somme più consistenti a condizioni migliori.

Dunque si potrebbe parlare di una vera e propria Credit supply chain, un nuovo sistema di accesso e concessione del credito. Per le banche il vantaggio più consistente deriverebbe dalla reintermediazione di circuiti di liquidità, dalla riqualificazione di servizi bancari ormai commoditizzati con l’offerta di nuovi servizi a valore aggiunto.
Non è un caso se le preferenze delle aziende intervistate non vanno alla mera ottimizzazione dei cicli ordine pagamento ma ai servizi che abilitano nuovi modelli di accesso al credito. Servizi che costituiscono il punto di arrivo di tutto il processo: prima è necessario passare attraverso fasi di implementazione dei servizi di base (fatturazione elettronica, dematerializzazione dei cicli di incasso, pagamento, logistica, eccetera).

Stiamo parlando, insomma, dello sviluppo e di una vera innovazione di processo che coinvolge diversi attori e stakeholder (imprese, banche, provider tecnologici, pubblica amministrazione locale e centrale) in diversi contesti socio economici e territoriali. La penetrazione e l'affermazione di queste piattaforme richiede un approccio di sistema, perché nelle componenti non meramente transazionali a più alto valore aggiunto richiede un salto manageriale notevole e adeguamenti gestionali a vari livelli. E questo non è precisamente nel Dna della nostra Pmi tipo, più abituata a lavorare in base al suo animal spirit che non, malgrado anni di dichiarazioni in senso opposto, a “fare squadra, fare sistema”, a seguire percorsi condivisi. Possiamo permetterci di non cogliere quest’opportunità? Evidentemente no, anche perché i sistemi imprenditoriali e produttivi di altri paesi lo stanno già facendo in contesti dove raggiungere massa critica e una diffusione delle capacità manageriali necessarie sembra essere molto più facile. Il rischio, ancora una volta, è quello di una marginalizzazione dei nostri prodotti e delle nostre imprese.
Una strada possibile per creare una massa critica adeguata è rappresentata dalla realizzazione di utility di sistema, a partire da:
  • le grandi capofila industriali con i loro ecosistemi;
  • le banche con i loro fornitori;
  • le grandi aziende pubbliche;
  • e, non ultime, le associazioni (industriali, commerciali, professionali) innovative, attraverso la costituzione di consorzi per la fornitura di servizi alle imprese, siano questi verticali su base di settore (tali sono probabilmente ad oggi le realtà più sviluppate in Italia) o orizzontali su base territoriale, dove poi spesso le due dimensioni (per esempio ovunque siano presenti distretti produttivi) spesso sono portate a intersecarsi e a interagire.
Insomma, la ricerca ha dimostrato che il nostro tessuto produttivo necessita di imparare (e imparare rapidamente) una nuova lingua, perché la sfida della dematerializzazione non è solo quella di risparmiare qualche risma di carta ma quella di portare le imprese italiane in un contesto moderno di ottimizzazione di processo da cui oggi sono sostanzialmente escluse proprio “perché non parlano la lingua”. La differenza, entro qualche anno, potrebbe essere fra sistemi produttivi perfettamente integrati in un quadro internazionale e sistemi produttivi marginali che si muovono come Totò e Peppino in piazza del Duomo a Milano. Molto divertenti, difficilmente efficienti e redditizi.