In questo scorcio iniziale di 2013, la crisi della zona euro sembrerebbe attraversare, a detta di molti autorevoli osservatori, una delle sue fasi più tranquille, ma la crisi non è affatto risolta. Diverse soluzioni per alcuni dei difetti strutturali della zona euro sono finalmente oggetto di attenzione, ma molto del lavoro da fare dev’essere ancora iniziato.
Questo periodo contrassegnato da migliori aspettative sul 2013 è infatti largamente imputabile alla politica monetaria della BCE che alla fine dello scorso anno è diventata di fatto un prestatore di ultima istanza.
L'intervento da parte della Banca Centrale Europea, che ha inondato di liquidità l’ Europa, ha portato anche a un rimescolamento delle politiche fiscali che tuttavia non hanno contribuito affatto al rilancio della crescita nella zona euro.
Secondo molti commentatori, il lavoro di riforma necessario e gli adeguamenti strutturali all'interno della unione monetaria sono di difficile o quasi impossibile realizzazione se non supportati dalla crescita economica.

Ma come può essere generata questa crescita?

Al riguardo ci sono state anche vivaci discussioni e proposte, ma i contorni di un programma per la crescita europea sono ancora vaghi. Ed in ciò l’ Italia di questa fase elettorale si distingue più che per la vaghezza per la vacuità, la genericità e l’inconsistenza delle proposte programmatiche.
Gli aspetti chiave di un programma di governo vengono definiti e dibattuti in modo generico, i contenuti delle politiche economico sociali sono molto pochi e non vengono articolati con la profondità necessaria.

Non sorprende purtroppo che il collegamento tra analisi economica e politica e dei legami tra una strategia di crescita e la crisi dei debiti sovrani non trovi adeguato sviluppo.
Nell’ agenda dei governi dovrebbero trovare prioritaria considerazione gli aspetti relativi alle politiche per lo sviluppo ed in particolare quelli relativi alla crescita attraverso riforme strutturali rispetto alla crescita attraverso la stimolazione della domanda aggregata - e di ciò che i primi ed i secondi possono significare in termini di concrete politiche ed azioni programmatiche.
E' chiaro che abbiamo bisogno di bilanci sostenibili, ma è anche urgente il bisogno di creare posti di lavoro, soprattutto per i giovanissimi, per evitare che diventino una generazione perduta.
Da molte parti si sostiene che la crisi finanziaria è finita e che ora si tratta di superare la crisi della cosiddetta economia reale. Personalmente non credo affatto che il sistema finanziario nazionale ed internazionale sia in via di guarigione. Recentemente Christine Lagarde, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, ha dichiarato che “Le banche non hanno imparato la lezione dalla crisi" (……) , “grande parte dell’industria finanziaria rimane ancora senza controlli".
Dichiarazioni che rimangono sullo sfondo di ancor più recenti casi eclatanti di mismanagement, default e bailout bancari in Italia ed in Europa.
A mio avviso si stà scambiando un periodo di calma apparente con la definitiva uscita dalla crisi.

Perché crescere ?


La domanda sembra retorica, ma la questione ha a che fare con i limiti alla crescita, in termini di sostenibilità e di risorse disponibili.
L’idea stessa di fine della crescita genera paure ed ansie diffuse nella popolazione, nelle imprese, nei governi che cercano di equilibrare i loro bilanci ed evitare conflitti distributivi, negli operatori istituzionali della previdenza sociale in tutto il mondo.
D’altra parte ci sono anche i sostenitori della decrescita, coloro i quali sostengono l'idea che non è necessaria alcuna ulteriore crescita.
Molte persone oggi sono sempre più ricettive nei confronti di coloro che chiedono uno stile di vita diverso, la crescita zero o crescita negativa, e che spingono ad adottare un modo di vivere più modesto, tra cui una nuova cultura del consumo che ci permetterebbe di godere di diverse e meno materialiste forme di prosperità.
Ma quando si assiste alla crescita inaccettabile delle disparità sociali, tali speranze appaiono irrealistiche e decisamente ingenue. Perché un lavoratore metalmeccanico dovrebbe accettare un taglio dello stipendio quando i vertici dell’ azienda incassano una retribuzione annua pari a centinaia di volte la sua ?
Dobbiamo creare nuova crescita, se non altro per evitare conflittualità sociali sempre più aspre sulla distribuzione della ricchezza, il che naturalmente non significa che la nuova crescita potrà derivare dalla continua iniezione di denaro artificiale in un’economia sempre più fatta di carta.

Come crescere ?


Se abbiamo bisogno di crescita, quali sono gli elementi chiave di una strategia di sviluppo ? Crescita e austerità possono convivere? Abbiamo bisogno di una crescita verde, in quali direzioni?
Ci sono molte questioni irrisolte.
Se ci devono essere adeguamenti e riforme strutturali, cosa comportano, che ricadute avranno sui diversi strati sociali?
Quali riforme possono essere di supporto a una crescita e quali a politiche di maggiore equità sociale ?
Dovrebbe esserci una componente di forte investimento in una strategia di crescita, e se sì, in quali settori e con quali fonti di finanziamento ?
Quale ruolo potrebbero giocare le istituzioni internazionali ed europee ?
Abbiamo bisogno di nuove tasse ? Quali sistemi fiscali sono funzionali alla crescita ?
A un livello più ampio, il dibattito dovrebbe riguardare altresì questioni quali :
  • in quali settori il nostro Paese deve concentrarsi al fine di posizionarsi per competere nel nuovo tipo di economia globale ? 
  • che tipo di industrie e servizi dovremmo sviluppare ?
  • abbiamo bisogno di migliorare delle infrastrutture e se sì in quali prioritariamente ? 
  • qual è il ruolo della tecnologia e delle fonti di energia ? 
  • cosa può essere fatto a livello europeo rispetto a ciò che può essere fatto a livello nazionale? 
  • che cosa deve essere fatto nel breve, medio e lungo termine? 
  • come si può creare spazio nei bilanci pubblici per ulteriori finanziamenti degli investimenti? 
  • come dev’essere riformato il sistema bancario e finanziario ?

Queste sono solo alcune domande che dovrebbero essere affrontate nel dibattito politico attuale.
Anche se tutti sono d'accordo che l' Italia e l’ Europa hanno bisogno di una crescita economica per risolvere il problema del debito e delle crescenti tensioni sociali, le opinioni su come perseguirla divergono sostanzialmente e fanno fatica ad emergere per timori di perdita di consenso politico-elettorale.

Quali riforme strutturali per la crescita ?

L' interpretazione del termine' riforme strutturali ' è molto problematica e foriera di utilizzi spesso strumentali.
La ragione è che le riforme strutturali per loro natura affrontano problematiche di lungo termine, mentre le politiche di consolidamento fiscale riguardano questioni congiunturali a breve termine.
Tuttavia, le recessioni lunghe e gravi possono essere amplificate o addirittura causate da un orientamento prociclico delle politiche fiscali e di bilancio (austerità), con il risultato di aumentare la disoccupazione strutturale e diminuire il prodotto potenziale.
Più le persone sono disoccupate, più si disperdono le competenze e le motivazioni al lavoro. Se le imprese falliscono a causa della mancanza di domanda, si perde il know how specifico e lo spirito imprenditoriale e, dal momento che in una recessione nessuno è disposto a investire, il capitale tangibile ed intangibile declina riducendo così il potenziale di crescita dell'economia.
In breve, è la stessa prociclicità delle politiche di bilancio in un contesto di debolezza della domanda aggregata che aumenta l'apparente 'necessità' di "riforme strutturali". E l’indeterminatezza dei programmi politico elettorali non fa che alimentare la vacuità delle proposte di rilancio e delle riforme strutturali.
'Riforme strutturali' è uno slogan che può significare qualsiasi cosa.
Ad esempio, la riduzione della tutela del lavoro o di sussidi di disoccupazione e altre misure per ridurre il potere contrattuale del lavoro sono di natura più strutturale rispetto all'introduzione di un salario minimo legale o di una tassazione più progressiva sui redditi elevati e sulla speculazione finanziaria ?
In realtà è più probabile che diverse tipologie di riforme siano necessarie, a seconda delle specifiche carenze e squilibri strutturali.
A tale riguardo un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) si esprime in questo modo :
“ll ruolo dei fattori strutturali (…….) rimane una questione aperta. L'impatto complessivo dei pacchetti comunemente raccomandati di politiche strutturali quali la liberalizzazione dei prodotti, dei servizi e dei mercati del credito, la riduzione della tutela del lavoro, la rimozione delle rigidità del mercato del lavoro, nonché la riduzione della tassazione delle imprese rimane poco chiaro”.
Alcuni sostengono ad esempio che l'attuazione di riforme per rendere il mercato del lavoro più flessibile e indennità di disoccupazione e vecchiaia meno generosi non solo hanno contribuito alla crescente disuguaglianza, ma hanno anche generato livelli di risparmio precauzionale più elevati e quindi depresso i consumi.
Inoltre, la bassa reattività della politica monetaria e fiscale alle fluttuazioni del ciclo economico ed alla disoccupazione - che è dovuto in parte alle carenze, queste si strutturali, delle leve di politica economica azionabili a livello di Euro-area, ma anche alle specificità istituzionali della politica italiana - aumenta ulteriormente il rischio dell’ aggravarsi di circoli viziosi: i lavoratori accumulano risparmio precauzionale, che deprime la domanda interna perché non possono contare sulla politica monetaria e fiscale per combattere la disoccupazione in caso di shock ciclici avversi. Ciò contribuisce ulteriormente all’ampliarsi della forbice della disuguaglianza ed alla debolezza della domanda interna.
La disuguaglianza crescente, sia tra i cittadini che tra le imprese, è stata una delle cause strutturali degli squilibri macroeconomici che hanno portato alla crisi globale dopo il 2008.
Le riforme strutturali volte a ridurre le disuguaglianze sono necessarie per superare gli squilibri macroeconomici, vale a dire la debolezza della domanda dei consumi privati interni e la forte dipendenza del PIL dall’ andamento della domanda estera.


E’ necessaria una nuova consapevolezza del significato di 'riforme strutturali'. Le politiche strutturali di lungo periodo sono importanti, cosi come la loro interazione con le politiche di bilancio e fiscali di breve periodo. Diverse politiche sono necessarie in base alla specificità dei contesti socio economici territoriali e regionali.
I programmi politici per la prossima legislatura, sia a livello nazionale che regionale, avranno un ruolo cruciale per realizzare i necessari adeguamenti strutturali. Se indirizzati dal voto consapevole di tutti.

Paolo Marizza