Editoriale allegato alla Newsletter n.6 di Agosto 2012.
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Dopo l’era dorata della globalizzazione in cui da molte autorevoli parti si preconizzava una crescita ininterrotta caratterizzata dal venir meno del ciclo economico con le sue fasi di espansione e contrazione, sostenuta da aumenti senza fine della produttività, stiamo facendo i conti con il duro risveglio provocato dalla grande crisi.

Non passa giorno che i tanti medici al capezzale dei sistemi economici occidentali tentino di monitorare i segnali rivelatori di una prossima uscita dal tunnel, sempre frustrati però da un flusso di informazioni contraddittorio anche rispetto a solo qualche ora o qualche giorno prima.

Rimaniamo malati del cosiddetto shortermismo, quella sindrome endemica che da qualche decennio ha pervaso i mercati orientandoli al perseguimento ossessivo di rendimenti finanziari di brevissimo periodo.

Tuttavia. sotto la superficie di un moto ondoso caotico, generato da venti che cambiano direzione in continuazione, nel mare dei fenomeni economici e sociali è forse possibile intravedere il formarsi di correnti più profonde, che possono sostenere lo sviluppo di una nuova economia.

Tra questi fenomeni ci sembra che tre di essi risulteranno fondamentali nel dischiudere una nuova era: la re-industrializzazione, lo sviluppo sostenibile e la finanza delle buone regole.

Più industria

Nelle economie occidentali della seconda metà del secolo scorso si è assistito al processo di terziarizzazione che ha portato alla prevalenza dell’ economia dei servizi su quella dell’industria e dell’agricoltura (c.d. settori secondari e primari), tant’è che si parla di economia post industriale. La quota di questi ultimi settori sul prodotto nazionale è scesa in molti paesi al di sotto di un terzo. Le economie in ritardo nel seguire questo trend vengono spesso additate come economie arretrate che non dispongono di basi solide per proiettarsi nel futuro dell’economia della conoscenza.

Tale connotazione era ed è tuttora una caratteristica strutturale dell’ economia del Bel Paese, con accentuazioni più marcate nel nord ed in particolare nel nord est. Nel Triveneto da più parti, anche in tempi recenti, non sono mancate le voci che denunciavano tale situazione, ovvero lo scarso peso del terziario e dei servizi, come un punto di debolezza da superare attraverso politiche mirate.

Oggi viene ormai generalmente riconosciuto che per la competitività di un Paese risulta invece determinante la presenza locale e la rilocalizzazione di forti basi produttive e cluster industriali territorialmente focalizzati. Ciò anche in relazione, ma non solo, alla progressiva erosione dei vantaggi del basso costo del lavoro delle nuove economie che hanno condotto ai processi di delocalizzazione attraverso lunghe catene produttive e logistico commerciali.

I vantaggi della produzione in loco, made in, sono molteplici : le catene produttive e distributive risultano meno complesse da gestire e da proteggere rispetto a shock esogeni; la presenza di basi industriali interne consente una gestione più flessibile e graduale degli impatti di cicli congiunturali negativi che si verificano in diversi contesti geo politici e dei loro risvolti occupazionali; catene logistico produttive più corte favoriscono la continuità dei cicli di innovazione, più brevi e controllabili.

I paesi che faranno meglio saranno quelli che in futuro disporranno di forti basi manifatturiere e di capacità di esportazione baricentrate su PMI managerialmente e tecnicamente avanzate.

In questi tratti si possono riconoscere molte delle caratteristiche del nostro sistema economico: Industria e forti brand export led.
L’ Italia può sviluppare questi punti di forza attivando processi virtuosi che leghino gli assi industriali del futuro con l’innovazione, l’export e la più ampia tematica della sostenibilità ambientale.


Più sostenibilità

Integrare la sostenibilità nei processi di trasformazione e innovazione delle filiere produttive rappresenta una delle maggiori opportunità e sfide per il rilancio e la rilocalizzazione dei settori manifatturieri.

Innovare per la sostenibilità ambientale delle catene del valore può diventare il fattore trainante di nuovo sviluppo. Si tratta però di superare il shortermismo che ha caratterizzato il decennio trascorso, per abbracciare una visione di lungo periodo necessaria all’emergere dell’innovazione strategica per la sostenibilità.

Molte aziende stanno implementando e progettando soluzioni che incorporano nei processi e nelle tecnologie elementi di eco efficienza a basso impatto ambientale. Tuttavia nella maggioranza dei casi tali iniziative risultano spesso opportunistiche, ovvero orientate a gestire i rischi di non compliance con le normative oppure alla proiezione di un’immagine “ambientalista”.

L’innovazione per la sostenibilità dello sviluppo richiede un approccio sistemico che migliori le performaces aziendali lungo tre assi: oltre al successo economico, competitivo e reddituale , il successo sociale ed il successo ambientale derivanti da cambiamenti nei modelli di business, nei processi, nei sistemi operativi, nei sistemi valoriali e non solo nelle tecnologie utilizzate.

Una delle principali modalità di fare innovazione sostenibile consiste nella trasformazione delle supply chains (catene logistico produttive), decostruendo e ricostruendo processi e piattaforme operative considerando non solo aspetti limitati all’eco efficienza di singole componenti (energia, rifiuti, input ed output produttivi), ma includendo le potenziali sinergie ed interdipendenze tra attività e settori, le problematiche sociali, le condizioni lavorative, la salute delle persone e dell’ ambiente.

Accorciare e rilocalizzare le supply chains sfruttando anche la pervasività e la diffusione delle nuove tecnologie informatiche e di internet può generare processi di innovazione sistemica nell’ottica della re-industrializzazione di molti paesi e del rilancio/riposizionamento sostenibile delle filiere produttive italiane.


Più buona finanza


Processi di trasformazione radicale quali quelli sopra delineati richiedono l’allocazione di ingenti risorse per finanziare investimenti massivi in risorse umane, manageriali e risorse tecniche.

Ma dove trovare le risorse a condizioni sostenibili nel contesto di sovra indebitamento pubblico e privato e di fuga della liquidità generato dalla grande crisi ?

Dove vanno a finire tutte la migliaia di miliardi creati con le operazioni di quantitative easing e di LTRO della FED e della BCE ? Oltre a finanziare i debiti pubblici esse sono assorbite dalle enormi perdite e dai fabbisogni di ricapitalizzazione degli intermediari finanziari, soprattutto quelli “cattivi” che hanno generato le bolle speculative che stanno ancora scoppiando nei loro bilanci.

Nell’ultimo ventennio si è venuto a creare un circuito finanziario autoreferenziale ed autonomizzato rispetto all’economia reale, il cui fine è l’accumulazione di ricchezza fine a se stessa. Ricchezza fittizia, non reale.

Si è generato un circuito autonomo di creazione di moneta, rispetto a quello istituzionale delle Banche Centrali : gli operatori finanziari privati producono credito a mezzo credito senza mai saldarlo.

Senza entrare in tecnicismi eccessivi, ciò che spesso si ignora è che un credito con una garanzia associata, generato ad esempio negli Stati Uniti o in Cina, può essere riutilizzato per generare alti crediti e finanziamenti fino a 3-5 volte l’importo originario in qualsiasi altro paese del mondo. E non stiamo parlando solo delle famose cartolarizzazioni di titoli sub-prima, ma di operazioni di credito e rifinanziamento di posizioni sui mercati finanziari e nei bilanci delle banche globali ancora malati.

Nel grande mercato virtuale globalizzato della finanza vagano enormi masse di liquidità alla ricerca di impieghi relativamente sicuri di medio-lungo periodo. In realtà le risorse ci sarebbero, ma andrebbero canalizzate verso l’economia attraverso un nuovo sistema di buone regole di mercato e di incentivi/disincentivi allocativi.

A tal fine anche l’ industria finanziaria ha bisogno di accorciare le proprie supply chain, ovvero le catene di offerta del credito le cui interdipendenze stanno continuando a generare l’ instabilità sistemica in cui viviamo.

Non dobbiamo rassegnarci ad un futuro minaccioso e non sostenibile, caratterizzato dal perdurare di ansie punteggiate da crisi più o meno gravi o da conflitti politici permanenti.

Questi circuiti vanno spezzati e ri-regolamentati, riavvicinandoli al tradizionale modo fare finanza : raccogliere risparmio per finanziare l’economia reale garantendo il rimborso dei debiti contratti. E’ su questi aspetti che l’azione delle autorità politico istituzionali a livello internazionale è in ritardo e andrebbe rilanciata con determinazione. Per una finanza sostenibile al servizio di uno sviluppo sostenibile.

Paolo Marizza